Capricci distratti
Ti dono un'ultima volta
l'anima
l'ultima volta
per ricercare risposte
di capricci distratti
Sei ancora innamorata di me ...
Da molto tempo lo saresti stata
se avessi corso (of corse)
sulle sfumature
di quei miserabili mondi
di false certezze
lasciva tentazione
aborto della verità
urlo inutile
sguardo perverso
odore disgustoso
parole vuote
Sei ancora innamorata di me ...
Ti dono l'ultima mia anima
un respiro
il pianto lontano d'un bimbo
Leggendo qua e là, spesso trovo combinazioni di bit che parlano di oggetti che racchiudono ricordi. In particolare, sono quasi divenuto il sentimento di un racconto – dono del mio nuovo status di combinazione di bit in questo blog - di uno spaccato importante di una vita in un paese di tanti anni fa dove per vivere occorreva fare il minatore. Ma soprattutto racchiudeva la cronaca di un amore.
La protagonista aveva deciso di ripulire la soffitta della propria casa e si imbatte nei vestiti e nei diari della nonna sui quali era raccontata la storia di un amore finito male: lui, minatore, muore in miniera per un crollo avvenuto pochi giorni prima di lasciare quel lavoro per poter sposare lei e vivere del lavoro dei campi. Ma non è questo amore bello e passionale che mi ha colpito, bensì la decisione della donna di sposare - perché prima si usava così - un altro uomo. Dopo aver superato il dolore, ha accettato un compromesso con se stessa e si è donata a lui, che a lei sì, piaceva, ma non in modo travolgente come il suo primo amore.
Così finisce la cronaca di questo amore, con la nipote che scopre che il nonno che ha conosciuto non era il primo uomo del quale sua nonna si era innamorata.
Eppure ho vissuto in questa scelta, sicuramente non di moda, che oggi non avrebbe il benestare degli psicologi, la forza di lasciar correre un disegno ultraterreno che valica il nostro sapere: quella coppia ha avuto dei figli e quei figli ne anno avuti a loro volta. Ora, una nipote leggendo di quella difficile decisione presa da sua nonna, ha scoperto il senso della propria vita e che cosa è il vero amore.
Quella donna non poteva certo immaginare che molti anni dopo, e dopo la sua morte, avrebbe risolto un problema del genere con la sua scelta di vita. Ma così è stato.
È necessario far invecchiare gli oggetti nel ricordo che essi riescono a tramandare per dare ai nostri figli la possibilità di poter conoscere quelle scelte che non invecchiano mai, che non passano di moda e che, soprattutto, resistono agli assalti di questa generazione capace solo di confrontarsi su prestazioni sempre più esasperate, fini a se stesse.
In memoria dell'ennesima morte assurda in un giorno di festa
Minuti
che non diverranno mai più
ore
mai più
giorni
mai più
anni
Fiato sospeso
sguardi vuoti
letti disfatti
luce al crepuscolo
mani serrate intorno alla vita
ora
si sciolgono
nella resa
Chi sono? Sono la combinazione complessa di svariati milioni di bit che vagano senza fissa dimora nel mondo dell’informatica informativa. Sono il fotografo dell’immagine che si crea nell’infinitesimo momento in cui la realtà si dissocia nel surreale. Sono il fotografo del variopinto momento che svanisce nello sguardo. Io sono il fotografo del non realismo, del non surrealismo, capace di far vedere l’immagine che non esiste. Così, ho provato a raccontare un evento che ho immaginato qui, perché in questo posto si può simulare ogni cosa.
Perché li ho uccisi tutti? Perché non generavano più né rabbia né ilarità. Non erano più nulla. Erano divenuti esseri in grado di generare solo parole vuote, di replicare se stessi per quella non esistenza di cui solo erano capaci. Erano diventati troppo pericolosi per creature ormai prive di senso critico, incapaci di discernere la giustezza nelle azioni più semplici. Li ho eliminati perché non erano più dei capi eletti dal popolo, ma erano diventati fomentatori di masse divenute tanto forti, nella propria esasperazione, da risultare devastanti per la riuscita di un qualsiasi programma. Perché il programma di questi esseri era distruggere i programmi altrui attraverso la transumanza degli elettori da un polo all’altro.
Li ho uccisi tutti i politici esponenti di partito. L’ho fatto lentamente per far provare loro paura e sofferenza. Non per provare gioia nel compiere l’atto, ma perché l’atto facesse recuperare loro la dignità di uomini. La paura di soffrire, la sofferenza che fa urlare di dolore; il chiedere pietà per tentare di evitare la certezza della morte ha fatto ricordare loro che quello che hanno fatto in vita non era umano perché non teneva conto di queste emozioni. E ho fotografato il momento in cui loro hanno capito; ho fotografato il momento in cui hanno aperto la porta della loro fine; ho fissato, per farlo vedere a tutti, il momento del loro capire e del loro andarsene, nel comprendere di non essere più in grado di continuare la costruzione del nulla per gli altri. Un programma non può prescindere dal miglioramento di uno status. Non può essere costruito sulla sofferenza e la tribolazione di altri. Soprattutto, non può essere costruito usando come arma la disperazione umana. Tanto più è stata lunga la strada della sofferenza, quanto più c’era da far capire loro la gravità dello sbaglio. Uno degli errori più grandi è stato far passare per utopia l’idea di una stabilità di governo. L’ordinamento prevede che le forze politiche siano divise: uno schieramento che governa e un altro all’opposizione. Hanno snaturato questo stato di cose che garantisce il buon governo di un paese e che permette che le forze in gioco si incanalino verso la realizzazione del miglioramento di un Paese.
Ho ucciso anche loro, i giornalisti o presunti tali. Credo che anche chi governa l’informazione abbia la colpa di aver sparso per le strade scagnozzi di bottega per racimolare notizie parziali. La realtà non è solo oggettività, non è data solo dai documenti. Forse la storia lo è. Ma la realtà è fatta di tante sfumature è il vero fotoreporter lo sa: quando riprende un’immagine deve conoscere ogni sfumatura di luce per poter realizzare una foto vera. Così il giornalista deve conoscere a fondo il significato di 1500 parole per poter fare articoli seri e reali. Soprattutto, deve conoscere i fatti nella loro complessità e non solo una parte di essi per poter dare la notizia corretta. Li ho uccisi perché hanno sparso nella gente la paura dell’incertezza sull’oggi. Perché con le parziali verità hanno contribuito a rendere vano l’impegno di uomini del passato, certamente più seri di quelli di oggi, che avevano costruito nella gente la speranza e la certezza nell’impegno che ogni giorno onoravano con il lavoro. Nel momento ultimo, anche i giornalisti capivano che la libertà di scrivere è una grossa responsabilità perché non deve esserci uno scollamento così grande tra la realtà e ciò che i cittadini percepiscono. E la realtà è percepita in gran parte da ciò che si legge. Chi gestisce un potere ha grosse responsabilità nei confronti della gente.
Continuerò a raccontare di queste cose che avvengono in quel momento infinitesimale e voi mi lascerete fare perché sono la vostra coscienza, sono la fonte attraverso cui coloro che resistono si possono dissetare. Perché la gestione del potere sia finalizzata all’accrescimento della logica del servizio e non della corruzione.
Soprattutto perchè sono imprendibile, sono una combinazione troppo complessa di bit per essere trovato.
Ho visto una madre morire. Come tante, prima. Ma in questo momento liturgico dove si pensa ai propri morti nella comunione dei santi e si accendono i lumini per illuminare la preghiera e questo cielo che piange insieme a coloro che soffrono del distacco, quella morte mi ha fatto riflettere sulla figura della madre. La mamma protegge il proprio figlio dal mondo. Carnalmente, lo fa, con il proprio corpo. Poi è capace di staccare dalla propria carne una parte della sua anima per lasciarla andare libera nel mondo. Ed è capace di crescerla anche senza la necessaria esperienza. Con sapienza innata, le indica una strada simile alla sua, ma con la stessa forza insegna a seguire anche la via opposta, così sessualmente diversa eppure chiara ai suoi occhi; e poi, ancora, nel distacco della maturità, continua a seguire quel suo pezzo d’anima con lo sguardo che solo una madre può avere nei confronti del proprio figlio. E' un rapporto, questo, irrazionale per il mondo, ma è logico per il suo amore; è quello che forma l’uomo del domani. La mamma è la nave che trasporta ogni sentimento dal più lontano dei mari e che tutto offre senza pretendere nulla in cambio. È l’amore del silenzio che c’è sempre anche quando non lo si vede.
Finché, ad un certo punto svanisce nel buio incipiente ma che inevitabilmente, arriva.
Solo allora si diventa consapevoli di ciò che siamo, nave nuova per i nuovi figli come solo la mamma può averci insegnato.