Auditorium
Lieve scorre la voce della vita
e solo nel silenzio
mi è possibile
a volte
ascoltarla
Top nice
Dalla fissità del tempo
scesi noi
uniche perle
vere
nel falso trascorrere
vivremo
come ritornelli colorati di fresca gioia
con i nostri baci
a scardinare vite
La doccia
E invidierò l'acqua
che scorre sulle tue brune spalle
sui bianchi seni
nel tuo morbido abbraccio
d'inesauribile amante
E invidierò l'acqua
che scende fresca sul tuo ventre di vita nuova
e gaudente disseta
le tue pieghe nascoste
mentre indugia sulle tue cosce color di rugiada
E' invidierò l'acqua
nell'ascolto della sua melodia
tintinnante gioiosa schiuma
morbido velo bianco sui tuoi piedi dispettosi
Invidierò l'acqua
il suo ultimo velo trasparente
le mille movenze sensuali
e poi l'attimo che lasci andare
Invidierò l'acqua
Metamorfosi
Uniti in dimensioni d'angeli
osservo la realtà
nella cadenza del tuo respiro
E nell'attimo esposto a Dio
l'ego isterico muore
e odo festosi vagiti
Nulla ha più senso. Le emozioni sono scomparse; le passioni, disciolte. La mia anima è un freddo monumento e questo mio scritto, il suo memoriale.
Ogni mio gesto è illuminato da una luce gelida che falsa l’orizzonte impedendomi di scorgerne la linea ultima.
Allo specchio la mia anima è deforme. E questo cancro mi invade nel profondo, tanto che tra poco non mi sarà più possibile ricordare il cambiamento né notare l’assenza di quelle passioni, di quelle sensazioni, di quell’amore, che hanno acceso ogni mia giornata.
Ogni cosa ha perso senso e tutto è fatica.
In un tramonto non percepisco più il pensiero di Dio.
Di un albero non ne percepisco più il profumo, la frescura, l’ebbrezza di lasciare lo sguardo al riflesso di quei bagliori improvvisi del sole che filtra; ma ne vedo solo la forma, e il colore principale.
Di una poesia ne vivo il dovere di leggerla. Ma non sono più capace di far rivive quell’infinito che l’ha generata.
Davanti ad una figura geometrica non avverto più il convergere di pensieri e filosofie ma solo il segno sul foglio. E di un rapporto sento il dovere di mantenerlo e non la libertà di viverlo.
E vivo la paura di non essere più in grado di insegnare ai miei figli il gioco magico di far volare un aquilone, di insegnar loro a guardare oltre le nuvole, di saper scegliere la gioia di una corsa in bicicletta o di scalare le fredde rocce della Yosemite valley che indicano al strada verso il cielo; o di fare una passeggiata sul limitare indefinito tra spiaggia e mare per scoprirne il confine.
Quell’immagine riflessa nello specchio è deformata da orari e obblighi. È l’infinito ingabbiato in sincronismi. È l’anelito divino svilito, inaridito; una morte ambigua che prima trascina via il tessuto sociale poi le certezze, i sogni e le speranze. Tutto.
Forse perché nacqui con l’anima fuori dal corpo. Sicché quando da bambino cadevo, prima di sbucciarmi il ginocchio, mi ferivo l’anima. E mentre gli altri ragazzini imparavano facilmente a curarsi, io non sapevo cosa fare per alleviare quel dolore che subdolo cresceva dentro.
Dov’è finita tutta quella forza che mi permetteva di creare luoghi, reali e onirici, dove poter crescere nel dialogo, nel dibattito, nello scambio gratuito dei sentimenti. Dove poter raccontare senza nascondermi ciò che di diverso mi accadeva. Dove poter vivere senza ansie l’azione del fare e del non fare, del guardare per raccontare le gioie e i dolori della vita. Dove poter trasformare il problema in un gradino dal quale ammirare un orizzonte più ampio.
Ora vivo la paura di perdere la magia della vita senza la quale essa diviene un cupo cimitero di gente con dentro il seme di morte che germoglia frutti nauseabondi, di anime che vagano senza scopo.
Cimitero davanti al quale mi soffermo, la soglia aperta che mi invita alla rassegnazione.