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Frase scorrevole
Ogni volta che odiamo qualcosa dobbiamo ricercarla dentro di noi e rimuoverla da lì. Solo allora saremo capaci di non odiarla più
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lunedì, 27 ottobre 2008
Stralci di vita

Auditorium

 

 

Lieve scorre la voce della vita

 

e solo nel silenzio

mi è possibile

a volte

ascoltarla

Scritto da: 400asa alle ore 11:15 | link | commenti | categoria: ricordi
domenica, 19 ottobre 2008
Stralci di vita

Top nice

 

 

Dalla fissità del tempo

scesi noi

uniche perle

vere

nel falso trascorrere

vivremo

come ritornelli colorati di fresca gioia

con i nostri baci

a scardinare vite

di fermi giorni grigi
Scritto da: 400asa alle ore 15:36 | link | commenti | categoria: poesie damore
martedì, 14 ottobre 2008
Stralci di vita

La doccia

 

 

E invidierò l'acqua

che scorre sulle tue brune spalle

sui bianchi seni

nel tuo morbido abbraccio

d'inesauribile amante

 

E invidierò l'acqua

che scende fresca sul tuo ventre di vita nuova

e gaudente disseta

le tue pieghe nascoste

mentre indugia sulle tue cosce color di rugiada

 

E' invidierò l'acqua

nell'ascolto della sua melodia

tintinnante gioiosa schiuma

morbido velo bianco sui tuoi piedi dispettosi

 

Invidierò l'acqua

il suo ultimo velo trasparente

le mille movenze sensuali

e poi l'attimo che lasci andare

 

Invidierò l'acqua

nell'attesa
Scritto da: 400asa alle ore 23:36 | link | commenti | categoria: poesie damore
domenica, 12 ottobre 2008
Stralci di vita

Metamorfosi

 

 

Uniti in dimensioni d'angeli

osservo la realtà

nella cadenza del tuo respiro

 

E nell'attimo esposto a Dio

l'ego isterico muore

 

e odo festosi vagiti

precorrere la vita
Scritto da: 400asa alle ore 20:16 | link | commenti | categoria: immagini
sabato, 11 ottobre 2008
Tempo passato

Nulla ha più senso. Le emozioni sono scomparse; le passioni, disciolte. La mia anima è un freddo monumento e questo mio scritto, il suo memoriale.

Ogni mio gesto è illuminato da una luce gelida che falsa l’orizzonte impedendomi di scorgerne la linea ultima.

Allo specchio la mia anima è deforme. E questo cancro mi invade nel profondo, tanto che tra poco non mi sarà più possibile ricordare il cambiamento né notare l’assenza di quelle passioni, di quelle sensazioni, di quell’amore, che hanno acceso ogni mia giornata.

Ogni cosa ha perso senso e tutto è fatica.

In un tramonto non percepisco più il pensiero di Dio.

Di un albero non ne percepisco più il profumo, la frescura, l’ebbrezza di lasciare lo sguardo al riflesso di quei bagliori improvvisi del sole che filtra; ma ne vedo solo la forma, e il colore principale.

Di una poesia ne vivo il dovere di leggerla. Ma non sono più capace di far rivive quell’infinito che l’ha generata.

Davanti ad una figura geometrica non avverto più il convergere di pensieri e filosofie ma solo il segno sul foglio. E di un rapporto sento il dovere di mantenerlo e non la libertà di viverlo.

E vivo la paura di non essere più in grado di insegnare ai miei figli il gioco magico di far volare un aquilone, di insegnar loro a guardare oltre le nuvole, di saper scegliere la gioia di una corsa in bicicletta o di scalare le fredde rocce della Yosemite valley che indicano al strada verso il cielo; o di fare una passeggiata sul limitare indefinito tra spiaggia e mare per scoprirne il confine.

Quell’immagine riflessa nello specchio è deformata da orari e obblighi. È l’infinito ingabbiato in sincronismi. È l’anelito divino svilito, inaridito; una morte ambigua che prima trascina via il tessuto sociale poi le certezze, i sogni e le speranze. Tutto.

Forse perché nacqui con l’anima fuori dal corpo. Sicché quando da bambino cadevo, prima di sbucciarmi il ginocchio, mi ferivo l’anima. E mentre gli altri ragazzini imparavano facilmente a curarsi, io non sapevo cosa fare per alleviare quel dolore che subdolo cresceva dentro.

Dov’è finita tutta quella forza che mi permetteva di creare luoghi, reali e onirici, dove poter crescere nel dialogo, nel dibattito, nello scambio gratuito dei sentimenti. Dove poter raccontare senza nascondermi ciò che di diverso mi accadeva. Dove poter vivere senza ansie l’azione del fare e del non fare, del guardare per raccontare le gioie e i dolori della vita. Dove poter trasformare il problema in un gradino dal quale ammirare un orizzonte più ampio.

Ora vivo la paura di perdere la magia della vita senza la quale essa diviene un cupo cimitero di gente con dentro il seme di morte che germoglia frutti nauseabondi, di anime che vagano senza scopo.

Cimitero davanti al quale mi soffermo, la soglia aperta che mi invita alla rassegnazione.
Scritto da: 400asa alle ore 17:23 | link | commenti | categoria: i racconti di grog