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Frase scorrevole
Ogni volta che odiamo qualcosa dobbiamo ricercarla dentro di noi e rimuoverla da lì. Solo allora saremo capaci di non odiarla più
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venerdì, 31 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

14.

Venerdì 7 maggio

Oggi devo dare la conferma a uno dei due inviti di domani, se andare con Luisa e gli altri per festeggiare il compleanno di Roberto a Vitinia oppure con Francesca al concerto di Emanuele a S. Cecilia. Telefono a Luisa e le confermo la mia presenza per l’indomani. Poi esco con Paola e mi ritrovo davanti al negozio di Marco. Piove forte. Ci ripariamo sotto la tettoia del negozio. Poco dopo passa il ragazzo che Paola ha conosciuto in settimana bianca. Lo saluta e dopo qualche battuta si lasciano. Quando è abbastanza lontano, Paola mi chiede se la vedo sconvolta. Le rispondo che l’ho vista meglio in altri momenti. Mi confessa che anche se è passato qualche mese, ogni volta che lo incontra subisce il suo fascino con un effetto di eccitazione incontrollata nonostante si sia permesso comportamenti poco corretti, dei quali, però, non mi accenna. Ma come l’acqua inevitabilmente scivola via in un vortice dal lavandino, così il discorso ricade su di me. Allora le racconto del pianto dirotto che mi ha colto impreparato dentro la chiesa, di come ho letto la sofferenza che si staccava da me per prendere forma davanti ai miei occhi. Di come abbia deciso di voler definire in fretta questa nostra storia. Paola, prima mi ascolta, poi mi parla della forza della mia ingenuità, mi parla del tempo capace di portare risposte inaspettate, di come la notte con il riposo e i sogni, sia capace veramente di portare consiglio. Ma rimango avvolto nel dubbio che Paola sia riuscita a conoscere bene come stiano andando le cose.

 

La tua linea di sguardo

sporca di chiarore nebbioso

l’aria

altrimenti pulita e dolce

E cade

goccia fetida

in un pianto assassino

sulla burrasca maledetta del mare

altrimenti fresco e giocoso

Fu così che affondasti l’Amore

ed io con lui

Scritto da: 400asa alle ore 08:03 | link | commenti (1) | categoria: i racconti di grog
martedì, 28 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

13.

Giovedì 6 maggio.

È una giornata strana. Vado a fare rifornimento alla macchina e tornando passo sotto casa sua. Non trovo subito posto. Così sono costretto ad allontanarmi. Poi, a piedi, torno indietro e mi apposto davanti al cinema Doria. Quando sono passato con l’auto, le finestre erano socchiuse. Ora sono serrate. Forse è uscita. Avrei voluto seguirla ma non sto qui per questo. E a pensarci bene, non so perché sto qui: forse volevo solo vederla. O semplicemente, stare lì sotto casa per rivedere il mio quartiere … non lo so. Verso le 21 torna a casa e mia madre mi fa il resoconto dell’incontro con i genitori di lei. Sono stati molto cordiali. La madre si è limitata a parlare di cose banali. Il padre invece, ha fatto la domanda diretta. Così mia madre gli ha risposto da mamma, riferendogli le sue impressioni. A queste parole lui si è alzato ed è uscito visibilmente commosso. È strano che non si sia parlato di lei. Chissà se non sappiano già di qualche decisione della figlia?

Scritto da: 400asa alle ore 09:57 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
lunedì, 27 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

12.

Mercoledì 5 maggio.

Anche oggi in ufficio tutto normale. Vado a pranzo dai miei e poi alle 16 e 30 esco con Paola con la quale faccio una lunga chiacchierata. Passo a casa di Stefano per cambiarmi. Quindi l’accompagno in palestra. Durante il pomeriggio parliamo di tutto. Poi, mi confida che non pensa che il comportamento di lei sia da condannare. Mi viene da pensare che probabilmente sono uscite insieme e Paola è riuscita a saperne di più su questa storia. Ma non fa trapelare nulla di più di ciò che mi dice, forse anche per preservarmi da un dolore maggiore. Ma non fa altro che farmi  restare all’oscuro dei motivi profondi del comportamento di lei. Poi si ricade sul solito discorso delle tattiche. Uscire il meno possibile con gli altri almeno quando c’è lei, non dire che gli altri mi sostengono per non dare adito a processi mentali di tranquillità che lenirebbero i suoi sensi di colpa per il suo allontanarsi da me. E via dicendo. Devo però farmi vedere amante disposto a riconquistarla. Assurdo. Voglio bene a Paola ma … quando dice queste cose la ucciderei. Rammentandole l’arte della retorica, le dico che i fatti possono essere sempre letti in due modi. L’unica cosa certa è che la nostra separazione serve a capire cosa sia meglio per tutti e due. Mentre mi ascolta, vedo che la sua espressione del viso cambia, diventa preoccupata e in una smorfia di dolore scoppia in un pianto addolorato. Mi ritrovo così a passare da consolato a consolatore. Così l’abbraccio forte e la bacio. I singhiozzi si attenuano ed esce dalla macchina per respirare aria fresca. Si riprende mi saluta. Forse non ci rivedremo più in queste vesti.

Più tardi una chiesa vuota, un’ora che non coincide né coi vespri né con la compieta. Il crocifisso, il silenzio soffuso di luce filtrante, la sera incipiente; e finalmente il mio pianto liberatorio, irrefrenabile, inaspettato, tanto violento da impedirmi di respirare. E vedo finalmente la sofferenza dentro di me che esce come fiume in piena, devastante e purificatrice. Nell’impotenza dell’attesa ha finalmente trovato il varco ed ora quel luogo sacro accoglie i singhiozzi di un neonato che torna alla vita, le urla di un pazzo che vorrebbe scappare dalla vita, la disperazione di chi ora deve attendere senza sapere cosa, di chi ora deve agire senza saperlo fare. Cerco di tornare a respirare in modo normale ma il pianto è tanto forte che rimbomba tra le mura abituate a ben altri canti, e crea un’eco piena di domande urlate oltre la paura di essere visto: perché sono così sbagliato … perché tanta vita intorno a me … perché scompare quella parte di essa così importante … perché i miei pensieri sono così diversi da quelli degli altri … perché non riesco a trovare consolazione … perché è tutto così difficile … perché, perché …

Non so quanto tempo passa, ma alla fine riesco a fermarmi. Come la caduta da una parete di roccia che sembra non finisca mai ma che poi finisce, in qualche modo finisce sempre. Esco. Il mio viso è una maschera distorta, contratta dal dolore, bagnata di lacrime e sudore, proprio come dopo la caduta da una parete. Cerco di coprirmi perché mi vergogno, perché quei preti che mi vedono non capiscono la mia presenza lì a quell’ora e non mi va di doverla spiegare. Ho paura della decisione, sono sfinito, non so come tornerò a casa. So solo che la scelta ora è solo mia. Ma ora non so che fare.
Scritto da: 400asa alle ore 09:19 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
giovedì, 23 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

11.

Martedì 4 maggio.

In un momento di calma, in ufficio mi trovo a scrivere

 

Orologi coricati

per riposare ore

ora passate

 

E lancette ad indicare momenti

belli di altre ore, di altri giorni

 

Vita di ieri

di ore che andranno a sdraiarsi

anche loro

negli angoli bui dei ricordi

 

La parte inconscia di me accoglie il pensiero rimosso, ma non risolto, che va a nascondersi insieme a chissà quanti altri pensieri nell’antro buio che ho dentro.

Poi, Pina mi ha risollevato il morale: mi ha detto che dà molto fastidio essere considerato sciocco perché corretto e leale. Oppure confondere il coraggio di considerare una persona adulta .

Lei ha pensato che nella coppia si potesse mantenere il livello di libertà conquistato nella propria famiglia d’origine, ma il rapporto che si instaura nella coppia non è la stessa cosa. È l’individualità che va mantenuta, e la possibilità di crescere individualmente deve essere finalizzata all’essere coppia. Ma nella confusione che nasce dalle pretese, la paura di essere succube dell’”uomo padrone”, offusca pensieri e comportamenti. E in questa confusione la ricerca dell’equilibrio diventa disperata. Così, adattando di continuo il rapporto “per amore dell’altro” oppure “per quieto vivere”, si perde l’unicità che ha interessato l’altro all’inizio del rapporto. Quindi affanculo tutte le tecniche, di coltivare interessi personali, di lasciarla sola per farle capire quanto sono importante, e via dicendo. Io sono così: prendere o lasciare. È ovvio che stia male perché ho investito tanto in questo rapporto, è ovvio che ricorra per disperazione alle tecniche che ora sto contestando. Ma io non posso obbligarla a continuare il rapporto: è la libera scelta. È vero che il nostro legame ha un aspetto divino in virtù del quale si diventa un corpo solo e un’anima sola. Ma in certi momenti questa unione si lascia in chiesa insieme alla cerimonia, ai fiori e all’offerta per i poveri, rappresentando anch’esso un aspetto estetico e non la substantia del matrimonio. Ma io non posso obbligarla rimanere insieme: è la libera scelta. Dio capirà.

La sera la passo a casa di Paolo con Tommaso e Beatrice. Luca e Paolo stanno lavorando ad un copione. Io passo il tempo in modo piacevole ascoltandoli, senza troppi pensieri.
Scritto da: 400asa alle ore 08:19 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
mercoledì, 22 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

10.

Lunedì 3 maggio

La mattina in ufficio scivola via velocemente. Il lavoro è tanto ed io ho ritrovato la concentrazione. Noto che il mio comportamento attira le attenzioni delle mie colleghe che si traduce in atteggiamenti di protezione e di gradevole disponibilità. E questo mi fa molto piacere. È un ulteriore stimolo ad arrivare in ufficio in orario! La sera ceno dai miei e torna a casa presto. Voglio fare una doccia lunga una notte. Ne sento il bisogno: voglio lavarmi anche l’anima. Mi avvio e mano a mano che la percorro, la strada diventa un nastro nero senza orizzonte che penetra la notte senza offrire alternative. E accetto la sfida perché ho bisogno di sentirmi vivo oltre quest’agonia dell’anima, di sentire il rumore del motore più forte della strada, più forte della radio che distorce il suono fino a devastare i muri della paura. E schiaccio sempre di più l’acceleratore. Le auto si perdono in un attimo nell’immagine dello specchietto retrovisore e le gomme si distorcono nelle curve affrontate al limite della corsa. E sempre più veloce aggredisco l’ultima curva in discesa fino giù alla fine di questa notte, di questa corsa. Parcheggio con uno stridio di gomme che risveglia dei ragazzi seduti al tavolo del bar all’angolo. Lascio la macchina qualche secondo accesa. Sento il motore sciolto dalla corsa riprendere i giri normali. Sento il mio respiro snaturato dall’adrenalina, riprendere il suo corso. Spengo il motore. I battiti del mio cuore ora sono più lenti. L’eccitazione lascia il posto alla calma, gli occhi tornano a vedere la realtà. Ho impiegato un terzo del tempo per percorrere la strada sfiorando i 160 km/h su una strada che ne permette al massimo 70. Ma cosa ho ottenuto? Cosa ho vinto? Cosa ho dimostrato? Non lo so e non m’importa conoscere le risposte. Non sono uscito fuori strada e questo e tutto. La sfida con la morte oggi l’ho vinta io e questo mi basta a ritrovare forza nell’ebbrezza della reazione istintiva ad un pericolo, la reazione, che senza spiegazione è sempre giusta, di attaccamento alla vita dopo aver sfidato la morte. Salgo a casa e la doccia mi toglie via i tremori adrenalinici che attanagliano i muscoli e la testa. Poi a letto. E nel silenzio, riesco ad ascoltare il pensiero che arriva e che mi parla di lei. Rimango allibito nell’ascoltarlo. Sento che è finita perché inizio a stare bene da solo.

Poi un’altra immagine si forma: qualcuno ascolta affascinato le mie parole attraverso le quali esprimo il senso profondo del mio pensiero. Qualcun altro commenta il mio atteggiamento che non garantisce la certezza del rapporto con una donna. Altri ancora, mi fanno notare la mia ricchezza interiore, la mia capacità di meditazione, doti comuni ad altre vie, ma non quella del matrimonio.

Mi sono imposto di cancellare questa immagine, così chiara, così inquietante. Non posso immaginare il disegno perverso di una vita già segnata.

Così, mi addormento col cuore pieno di tristezza.
Scritto da: 400asa alle ore 09:06 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
martedì, 21 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

9.

Domenica 2 maggio.

Mi sveglio alla 9 e 30 con la sensazione di vuoto alla testa. Mi alzo barcollando e scorgo Stefano con altri due ragazzi che dormono nella stanza da letto accanto, dove tengo tutta la mia roba. Decido di fare colazione. Finisco ma dormono ancora. Entro in bagno, faccio la doccia, mi asciugo i capelli ma loro continuano a dormire. Decido di entrare, prendo tutto ciò che mi occorre e loro non si svegliano. Meglio: non sono in condizioni di reggere una conversazione al mattino, specialmente con persone che non conosco. Trillo del telefono che risuona fortissimo nel silenzio della domenica mattina. Salto sulla cornetta sorprendendomi del balzo felino. È Paola che mi invita ad una uscita con due sue amiche. Le rispondo che preferisco uscire con Massimo e gli altri. Mi dice che secondo lei è stato un errore uscire a cena con loro l’altra sera e ripeterlo non farà bene a nessuno. Forse ha ragione ma non glielo dico. Ci salutiamo cordialmente. È vero: in questo momento che rappresenta una verifica della nostra vita, vederci con gli altri mi costringe ad adottare comportamenti forzati che snaturano l’incontro tra amici. E a ripensare alla serata di ieri e al saluto, ritrovo esattamente quello che sto pensando, quello che mi ha detto Paola. Esco e vado a pranzo dai miei. Devo dire che stare a casa con i miei ha un effetto rilassante per tutti e questo è cosa buona. Sto riscoprendo il ruolo di genitore, dei miei genitori. In questo momento così difficile non mia hanno fatto grandi discorsi. Però con la loro vita fatta di cose semplici e parole semplici, mi stanno permettendo di non perdere di vista la cadenza che la vita deve avere. E questo per me è importantissimo, specialmente ora che la mia che aveva ha preso a viaggiare su altre strade, dove ogni deviazione è esagerazione. E per ora mi va bene.

Massimo, nel pomeriggio, mi chiama per comunicarmi l’ora dell’appuntamento. Vincendo le sue insistenze, riesco  dirgli che non sarei andato ricordandogli l’ultima uscita, il fallimento e la mia sofferenza. E poi sarebbe un cedere alla voglia di accontentarla nella sua richiesta di vederci amici e questo non mi va per niente.

Per distrarmi, vado da casa di Paolo O. con Francesca e Emanuele. Con Paolo O. le parole mi escono come un fiume inarrestabile. Lui capisce e mi ascolta in religioso silenzio, senza mai intervenire, senza il benché minimo commento. È un grande in questo. Me ne accorgo e ne approfitto. E continuo a parlare in discorsi fatti mille volte, e mille volte passati nella mia mente, ricuciti insieme dal momento di particolare unione che si è inspiegabilmente creato. Perché sento che ad ogni frase mi alleggerisco l’anima. Usciamo. Gli altri seguono senza intromettersi mai. Paolo mi offre un tramezzino da Faggiani. Unico gesto che si permette è un abbraccio: “forza, torniamo dagli altri”.

Stasera sono tornato prima a casa di Stefano, forse un po’ più leggero, forse un po’ più consapevole di come andrà a finire questa storia.
Scritto da: 400asa alle ore 08:46 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
venerdì, 17 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

8.

Sabato 1 maggio

Stamani mi sono alzato tardi. Ho fatto colazione e ho telefonato a Luisa. Ho scoperto che la nostra storia è un grande argomento di conversazione. Nessuno si aspettava questo epilogo. Ma non so dire se siamo stati dei bravi attori nella nostra interpretazione del ruolo di amanti o se siamo riusciti a far trasparire l’amore vero al di là dei nostri comportamenti, corretti o sbagliati che fossero. E la risposta ora mi sfugge. Poi ho le ho telefonato. La conversazione è cominciata con la fretta di finirla ma poi non finiva più. Qualche appuntamento, qualche amarcord: roba da rapporto finito. Ma non commento né ci penso. A pranzo sono andato dai miei e nel pomeriggio ho accompagnato Massimo ad arbitrare una partita di pallavolo femminile a Ladispoli. Uscita rilassante anche per gli occhi. Non avevo mai visto una partita di pallavolo femminile da così vicino! Siamo rientrati a Roma per raggiungere Monica, Marco e Giovanna in pizzeria. C’era anche lei che mi accoglie con un saluto appena accennato. Parte della serata passa come se per lei io non fossi lì. Parla normalmente con gli altri e gli altri con me fanno altrettanto, ma tra noi due neanche uno sguardo. Poi lentamente l’atmosfera si scioglie anche tra noi, anche se con poche battute raccolte quasi per dovere, per non mettere in difficoltà gli altri, per i quali la cena risulta abbondante e gaia. Per me è, invece, pesante e lentissima. Non c’entro più nulla lì in mezzo a loro, barricato dietro la maschera spumeggiante di impegni mondani, teatri, discoteche, conoscenze importanti. Anche se vero, è tutto troppo ostentato per il mio carattere. Durante i saluti, la prendo da parte e le dico che a questa cena non ne seguiranno altre perché ritengo che la nostra presenza risulta poco opportuna, difficile da gestire. È stato faticoso restare seduto al tavolo e usare comportamenti diversi da quelli che tutti conoscono, magari freddi, distaccati, sicuramente non veri, non adatti alle serate tra amici. Si giustifica dicendo che non era tranquilla essendo questa la prima volta che sedevamo insieme ad un tavolo dopo la separazione e che dopo essersi tranquillizzata, tutto è andato meglio. Poi mi chiede perché non riesca a comportarmi normalmente così che tutto possa apparire in modo normale anche per gli altri. Le rispondo che la mia tranquillità corrisponderebbe ad ammettere la fine dell’amore e questo momento per me non è ancora giunto. Le dico anche che la mia decisione di non uscire più insieme è irrevocabile a meno di un cambiamento dello stato delle cose che ad oggi non vedo possibile. Se ci sarà occasione di avere contatti in futuro sarà solo tra noi due. Mi dice che rispetta la mia decisione ma che le dispiace molto di non poter vivere con me da amico. Mentre pronuncia queste parole rimango in silenzio e continuo a guardarla anche dopo che ha finito: posso vedere la sua anima che non si è per nulla addolcita nei miei confronti, della nostra situazione. Per lei è passata solo una settimana mentre per me sono già sette giorni durante i quali speranze e delusioni si sono alternati in un gioco sfiancante di emozioni, misti a telefonate, incontri, consigli, sguardi e sussurri. Ed ora rimango in silenzio di fronte al mio fallimento, con una settimana di stanchezza in più; di fronte a questa realtà che priva di speranza trasforma in illusione ogni pensiero cancellando di esso ogni immagine.
Scritto da: 400asa alle ore 10:21 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
giovedì, 16 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

7.

Venerdì 30 aprile

Sveglia alle 6 e 35, esco alle 7 e 10, arrivo in ufficio ore 8 e 5: niente male, visto il caos inspiegabile di oggi. La giornata passa velocemente. Telefono a Giovanna per sapere se la rosa e il biglietto hanno sortito effetto. All’inizio svia il discorso parlando di altro. Poi, sotto mia insistenza, mi dice che ha gradito ma, mi è sembrato, senza troppo trasporto. Rimango amareggiato, perché penso all’intensità dell’emozione che ho provato mentre percorrevo le rampe delle scale. Solo stress negativo, che vuol dire energia inutile, sprecata. Nel tardo pomeriggio accompagno mia madre e mia sorella a scegliere le mattonelle del bagno. Parlando con il capomastro vengo a conoscere la procedura per la richiesta di appartamenti INA. Anche se la possibilità di riuscita è scarsissima, per me è un’iniziativa che mi distoglie dal pensiero di ciò che sto vivendo e che in qualche modo ridona senso alla mia vita offrendomi un’alternativa. Dopo aver accompagnato i miei a casa mi fermo in un bar a giocare la schedina, poi vado ad aiutare degli amici della parrocchia di piazza Mazzini ad allestire la mostra pro Africa. Mi distraggo e mi fa bene. Poi la sera tardi, durante la consueta passeggiata in solitaria, ripenso all’appuntamento fallito e mi convinco che sia stato meglio così. Rientrare in casa ora con delle persone amiche, per vedere delle foto e mangiare qualcosa insieme non credo sarebbe stato opportuno. E mi sovviene una scena vista nel pomeriggio: un ragazzo e una ragazza leggermente staccati da gruppo, seduti sul motorino. L’intensità dei loro sguardi, la serenità dei loro gesti, la purezza del loro parlare: stavano lì ma con l’anima chissà dove, in una realtà d’amore e di serenità. Erano per questo bellissimi. Come eravamo noi due. Ora mi vedo come fattorino di me stesso, di quell’amore rimandato al mittente con su scritto l’epitaffio d’un amore.

 

Anello

 

Sulle ali d'un rosso tramonto

piangendo tristezza

s'invola la fede

con su l'epitaffio

d'un amore

Scritto da: 400asa alle ore 08:27 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
mercoledì, 15 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

6.

Giovedì 29 aprile

Ho uno strano mal di testa e starnutisco all’impazzata. Oggi è il quarto anniversario. Sono le 6 e 30 e sto facendo colazione con biscotti, nutella, acqua e miele. Mentre vado in ufficio, sbaglio strada ma alle 8.00 riesco ad entrare. La concentrazione è nulla perché ho il pensiero alla telefonata. Ma prima telefona Massimo per sapere come va, poi una mia collega per darmi delle informazioni sui contratti di appalto delle imprese di pulizie. Questa informazione mi serviva per aiutare una persona della quale, però, non ho il numero di telefono. Allora rintraccio Luisa per farmi dare il numero di Monica che ha il numero di questa persona. Ma non chiamo più nessuno perché mi chiama lei.

La voce è tesa perché deve parlarmi ma vorrebbe fuggire il momento, e vorrebbe abbracciarmi per evitare di fare ciò che sta per fare e che vorrei tanto sapere per finire l’agonia. Mi chiede come va, le rispondo che non va poi tanto male. Vuole sapere se mangio e cosa; si preoccupa prima di dirmi che l’invito di venerdì a casa sua per vedere, insieme ai suoi colleghi e a Massimo e Giovanna, le diapositive di un viaggio, forse è meglio rinviarlo perché non ce la farebbe a vedermi a casa. Aggiunge che però per sabato si può organizzare un’uscita per prendere qualcosa insieme. Non approvo ma accetto. Esco alle 18.00 dopo un saluto frettoloso che conclude la telefonata e la mia permanenza in ufficio. Decido di affidare ad un ultimo gesto la speranza di un riavvicinamento: una rosa e un biglietto. Classico ma sempre efficace, almeno nei film. Mi blocco davanti al portone in attesa che esca qualcuno. Appena accade, salgo le scale di corsa, lego la rosa e la lettera alla maniglia della porta di casa e scappo via. Torno dai miei per la cena, poi esco con gli altri per una partita a “stecca”. Torno a casa di Stefano all’una.

Scritto da: 400asa alle ore 08:24 | link | commenti | categoria: i racconti di grog
martedì, 14 luglio 2009
Brogliaccio d'un addio

5.

mercoledì 28 aprile.

Mi sono alzato con molta calma perché devo andare all’ACI per la revisione della macchina. Mentre cercavo la strada dalla Predestina alla Salaria mi è tornato alla mente l’angoscia che provavo quando dovevo trovare una strada. Oggi, invece, non solo non ho provato angoscia ma ho trovato la strada in un attimo: necessità fa virtù. Dopo un paio d’ore di attesa arriva il mio turno: prova luci, sospensioni, convergenza e freni. Tutto è andato bene, ma non avevo dubbi. Invece mi è mancata la trepidazione quella classica da esame al quale arrivi poco preparato. Quando dovevo passare la revisione alle auto che ho avuto prima di questa, auto molto vecchie che passavano da me prima di finire allo sfasciacarrozze. Mi ricordo la prima auto che ho avuto è stata una Fiat 850 special, di colore grigio che si intravedeva tra le macchie di ruggine che sempre di più ne prendevano il posto sulla carrozzeria. Ma il motore era una bomba: aveva uno scatto bruciante alla partenza grazie al suo carburatore doppio corpo che consumava come una Ferrari. Ma quante soddisfazioni! Fino ai 90 all’ora non aveva rivali. Poi oltre non andava. Non mi ha mai lasciato in panne. Con quell’auto mi sono avventurato nelle prime uscite fuori Roma. È stata la mia prima auto e quando l’ho accompagnata allo sfascio, ho faticato a lasciarla lì da sola, con tutti quei ricordi chiusi dentro, sapendo che non avrebbe più fatto neanche un giro di ruota.

Dopo qualche tempo arrivò una Fiat 124. Era un salotto, abituato com’ero, all’intimità della precedente. Quando la misi in vendita in poco tempo mi arrivò una proposta inaspettata di 100.000 mila lire in più rispetto al prezzo d’acquisto. Ma l’avevo sicuramente migliorata e me lo meritavo. Poi ebbi una Fiat 132  grigio metallizzato. Comoda, veloce e silenziosa, aveva solo un difetto: non si appannava mai al contrario della 850 che in un attimo diventava imperscrutabile. Poi ho comprato questa, una Alfa 1600. Mitica, con una luce di cortesia verde, ma senza ricordi particolari se non questo triste dell’addio, delle valigie per andare via lontano, della solitudine.

Sulla strada del ritorno durante il rosso di un semaforo, questo pensiero lascia il posto a quello della mia famiglia.  Tutti mi stanno vicino, ognuno a suo modo: mio padre mi ha detto che se voglio posso tornare a casa quando voglio, mia madre che devo stare tranquillo che tutto si aggiusterà, mia sorella mi ha fatto l’elenco degli appuntamenti di una settimana, mia nonna mi ha preparato un pasto nutriente - così mi rinforzo un po’. Per questo all’arrivo a casa, li ho ringraziati e ho accennato loro qualcosa di questa storia, ma per non lasciare troppo libera la loro immaginazione, ché poi, forse, sarebbe capace di costruire ipotesi troppo vere per essere giustificate.

Il pomeriggio l’ho passato con Paola, insieme alla sorella e alla nipotina di due anni. Abbiamo parlato molto ma lei si è sentita di darmi dei consigli: in amore occorre “sapersi gestire”. Non sono d’accordo con questi tatticismi anche se tutti pensano che siano il segreto del buon andamento della coppia. Hai successo se non ti concedi troppo, fallisci se la tua vita è troppo sincera. Per me sono cose assurde. Voglio molto bene a Paola ma questi ragionamenti non li condivido. Andiamo a mangiare a casa sua, poi “volo” a casa di Stefano. Prima di addormentarmi, come un fulmine che squarcia la notte, la sensazione di distacco totale, di perdita degli affetti, di solitudine assoluta. E un senso di angoscia mi sovrasta.

Scritto da: 400asa alle ore 08:23 | link | commenti | categoria: i racconti di grog