23.
mercoledì 29 maggio
Le ho scritto una lunga lettera. Sono salito a casa sua e l’ho lasciata sul mobile nel salotto. Quella casa! Così diversa … così estranea, ora. Mi è parso che trasudasse un umore malarico capace di renderla così estranea a tutto quello che aveva contenuto fino a poco tempo prima, così diversa da quella che avevamo costruito insieme. Come se fosse marcita nel tradimento degli affetti nati lì, passati lì, cresciuti lì. Affetti traditi da noi stessi. Poi sono andato in quella che fu la nostra camera da letto. Mi è venuto spontaneo recitare una preghiera, come un rito necessario per scacciare il maligno. Quindi, ho preso le mie ultime cose e sono uscito. Per sempre.
Ora vedo davanti a me chiaro il bivio vero, quello che divide le nostre strade. Fina a qui siamo arrivati insieme su un’unica strada che alla fine è stata difficile. Ma eravamo insieme. Ora vedo distintamente due strade e vedo che non convergono. Più di così non potevo fare. Sono convinto che gli errori possano essere perdonati, che tutto possa risolversi nell’amore. Ma credo anche che anche l’amore non può essere sostenuto da uno solo se l’altro ha deciso un’altra strada. E mi chiedo, mentre torno a casa, se quel tempo sia passato insieme solo nella mia mente come una mera illusione e che solo ora si sia rivelato nella sua vera natura anche ai miei occhi. Ma non ho più voglia di fare domande, tantomeno di trovare risposte. Ora torno solo. Questa è l’unica certezza.
22.
martedì 18 maggio
la serata è stata segnata da una lunga telefonata durante la quale mi ha spiegato il motivo per cui non è passata a prendermi nel pomeriggio. Il suo discorso, ben architettato, ad un tratto ha mostrato una piccola falla dove mi sono infilato per capire meglio cosa fosse realmente accaduto. Messa alle strette, mi ha spigato con la voce rotta dal pianto che ha preferito vedersi con una persona che in quest’ultimo periodo le è stato vicino e l’ha rassicurata come io non ho mai fatto. Mi si è gelato il sangue nelle vene. Anche se nei miei pensieri spesso mi sono arreso all’ovvietà di questa eventualità, tuttavia quando lo senti dire con parole chiare, il sangue si gela. Non ho voluto capire se c’è anche amore, non l’ho voluto sapere. Forse troppo ovvio anche questa eventualità. Sono rimasto in silenzio. Ha continuato a parlare lei. L’amore nei miei confronti è stato tanto grande da farle pensare che non sarà mai più in grado di ritrovarlo nella sua vita. Non ho commentato, erano parole e basta. Ho chiuso la telefonata dicendole che non l’avrei più disturbata. Invece, la sera ho fatto il classico errore che si fa in queste circostanze tragiche: ho immaginato che quello fosse l’urlo di dolore che mi imponeva di correre a salvarla dal baratro in cui era caduta. L’ho chiamata e sono riuscito a farla uscire di casa; le ho chiesto di lasciar perdere tutto e di ritornare insieme ma non ha voluto nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi. Allora le ho chiesto di cominciare gia dal giorno dopo le pratiche della separazione. È scoppiata a piangere e mi ha chiesto di aspettare. Non ce l’ho fatta a dirle di no. Ho aspettato che si calmasse e sono andato via, perdente per aver tentato di ribaltare l’esito di una non partita.
Baluardi di culture barocche
nascondono accecanti bramosie
che tradiscono le parole
E la finitezza dei gesti
mostra sfacciata
il mio fallimento
di quelle ore
vestite di paziente ascolto
21.
lunedì 17 maggio
E’ sera. Sono stanco e confuso. Sono parcheggiato dietro una Y10 bordeaux sotto casa sua. Non scendo. Ascolto, isolato dal resto del mondo, i rumori soffusi disciolti nella luce giallastra dell’illuminazione a basso consumo che rende antica la via. Solo, immerso nell’odore dell’auto che sempre più assomiglia a quello delle persone che si avvicendano al suo interno, tento di ricordare questi giorni a cui ne seguiranno altri. Come sempre del resto. Solo che prima …
Mi sorprendevo incantato ad osservare le montagne
dipingere il cielo con spolverate di nuvole filanti
e rosa, figure mitologiche che si rincorrevano
tra cespugli e fuochi maestosi;
a vedere scomparire tra sole e luna scappati
in un fremito alla logica astrale
ad ascoltare il canto delle fronde mosse dal vento
sotto scroscianti piogge allegre o lontane;
a seguire odori e brusii di gente a volte
stranamente lontana, avvolto in sorrisi sinceri
da rendere tutto sincero.
Mi sorpresi incantato a giocare in un giardino
distante dai miei sogni eppure vero e reale.
E il gioco divenne sogno.
Mi sorpresi seduto a guardare una fotografia
intitolata l’asintoto dove i sogni non raggiungono mai
la realtà finché muoiono in illusioni
se non si lasciano andare all’infinito.
Mi sorpresi solo e impaurito a vedere quel giardino
riempito di ricordi sbiaditi, sporchi d’illusioni, delusioni, fallimenti
Cosa rimane ora, stravaccato amore ad aspettare
giorni ad aspettare notti di sospiri soffocati
da non farli sentire ai cuscini vuoti della notte;
delle allegrie scomparse in un tempo lontano ... lontano ...
che ha mandato le ore per derubarci di noi e dei colori
dei suoni, degli odori ...
E di me cosa rimane
se non il nulla.
20.
domenica 16 maggio
In questi ultimi quattro giorni le vicende che si sono succedute sono state particolarmente incalzati. Così, non ho più seguito le cronache giornaliere che riassumo. Sono andato a trovare i genitori di lei. Sono rimasti favorevolmente sorpresi di questa mia iniziativa e nel clima di serenità che via via si andava creando, mi hanno confidato che la figlia si è sentita poco protetta da me. Così mi sono sentito libero di esprimere loro la mia perplessità su quella confidenza così ambigua della figlia. Infatti, la necessità di indipendenza perseguita ad ogni costo ha reso necessario nascondere la verità che ancora forse nessuno conosce, dietro atteggiamenti e parole falsi che nel tempo hanno preso piede tra amici e parenti. E visto che ormai stavo in gioco, ho continuato a raccontare come ogni occasione era propizia a per sottolineare la mancanza di fiducia nei miei confronti, l'impossibilità di poter parlare in sincerità. Questi concetti, forse antichi, sono invece i capisaldi sui quali io ho basato il mio rapporto con lei e che hanno cominciato a vacillare quando ha cambiato lavoro e ha cominciato a fare confronti tra stili di vita. E nel tempo ha perduto anche la capacità di farsi proteggere da me finendo col non condividere più nulla con me.
Alla fine ci siamo salutati cordialmente ma senza dire niente su come potrà andare a finire questa storia, cosa che ho molto gradito.
Forse è stata la tensione, ma per telefono, più tardi, ho litigato forte con lei. Pensavo stesse per riattaccare ma poi sono riuscito a convincerla ad uscire. Due ore dopo allo Zodiaco, le ho detto delle mie paure, dell’intolleranza alle chiacchiere da salotto. Le ho anche chiesto di decidere sulla nostra storia insieme senza troppe intromissioni e in fretta perché è facile dimenticarsi di ciò che siamo dopo tutto questo che sta accadendo giorno dopo giorno. Ma lei ha continuato a barricarsi dietro il fatto della fiducia. Poi l’ho salutata con un bacio. La domenica non è potuta uscire per un impegno preso con i suoi genitori. Prima di andare a pranzo dai miei zii sono passato da Gabriele a prendere degli attrezzi perché ho deciso che intensificare i ritmi della ginnastica è un ottimo diversivo. Così, ho notato la macchina dei genitori di lei ancora ferma davanti casa. Poi sono andato a comprare dei fiori per mia zia e ho notato le finestre della sua casa ancora socchiuse. Con una scusa le ho telefonato scoprendo che quella di ieri era solo una scusa. Non mi ha voluto far salire. Sono stato male e mille pensieri mi hanno affollato la testa. Poi Giancarlo mi ha ritirato su ma mi ha anche confermato che lei ha avuto un comportamento sbagliato: doveva starmi più vicino, ricercare una soluzione con me, anche quella della separazione, ma con me.
La sera sono uscito con Gabriele che mi ha tenuto compagnia in modo allegro e molto gradito.
Giaccio inerme
sull'inesorabile linea di confine
Statica visione d'un baratro
mentre cado
inesorabilmente
a balzi profondi
fra fogliame d’eterna confusione
E nella fissità del volo
osservo
l’immenso vuoto
di certezze
19.
mercoledì 12 maggio
18.
martedì 11 maggio
In mattinata, mi telefona Paola e prendiamo un appuntamento per il primo pomeriggio a villa Torlonia. Le ho parlato del sogno e di come lo avevo interpretato. Le ho raccontato anche di come fosse andato l’incontro con lei, di come speravo si fosse incanalato il destino e di come invece quella frase finale mi avesse tolto il respiro e la forza.
Paola mi ha ascoltato e poi di colpo mi ha detto che lei non ha bisogno d’aiuto. Averla frequentata negli ultimi tempi le ha fatto capire che gli atteggiamenti avuti con me prima di separarsi e che hanno portato al raffreddamento del rapporto sono la prova che almeno per ora non c’è nulla da fare. Senza quasi riprendere fiato, Paola continua ad esternare pensieri duri perché veri: mi dice che l’avermi detto che per lei rappresento l’amore idilliaco, quello che si prova una sola volta nella vita, ma che non sa difendere da momenti di sbandamento, le ha fatto capire che spesso dice cose diverse da quelle che pensa. Forse con il dire che ha deciso di staccarsi da me perché stufa del quotidiano vivere, perchè ha preferito comportamenti più spensierati, meno problematici, capaci di distrarla su vite più goderecce ha voluto coprire una storia alternativa che forse dura da tempo. Rimando impietrito più che dalle parole ascoltate, che forse cominciano a prendere la forma della consapevolezza in me, dal modo inconsueto di esporle di Paola. E il saluto piuttosto carnoso, questa volta più del solito, mi lascia troppo distaccato. Forse in un altro momento avrei osato chiederle di non lasciarmi lì da solo per seguire i suoi appuntamenti.
Ma solo ci rimango per davvero. Così con la testa carica di pensieri confusi per l’epilogo di questa uscita, raggiungo Claudio al “Centrale”. L’appuntamento preso prima di vedermi con Paola mi stuzzicava ma ora non più. Per fortuna, i posti erano subito a ridosso della rete e i due giocatori, di cui non ricordo i nomi, erano fortissimi. E devo dire che vedere una partita così tirata mi è servito tantissimo.
Il caldo respiro notturno
esplode impazzito nel ricordo di mani
e mani
a scavare buche di carne bruna
a ricercare l'anima
fuggita chissà dove
al sorgere dei primi raggi
che scintillano a tratti veloci
tra inguini
e sudore forsennato
cavalli senza più argini
lanciati al galoppo schizzano il mare
e muscoli forti
e corpi bellissimi
e mani
e labbra
Ma il cuore lontano galleggia immobile