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Frase scorrevole
Ogni volta che odiamo qualcosa dobbiamo ricercarla dentro di noi e rimuoverla da lì. Solo allora saremo capaci di non odiarla più
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venerdì, 13 ottobre 2006
Il frutto proibito

Sono giunto alla fine di questo racconto e devo dire che mi sento sollevato, esattamente come il Cristo dall'angelo nell'immagine della resurrezione. E in effetti sono risorto, qualcuno mi ha aiutato; ed ora torno a vivere nella luce, con qualche difficoltà, ancora, dopo tanto aver scrutato il buio. E, nella luce, la gioia dello scrivere.

angelo con cristo

Ultimo capitolo

L’esperienza della morte è la ricerca fobica della verità senza più punti di riferimento. È una corsa folle che nello slancio fa oltrepassare quel flebile diaframma che divide il mondo dell’equilibrio da quello della pazzia. Senza pensare che, forse, è proprio la verità il limite. O forse essa è la chiave di volta al mondo delle risposte. È il gradino più alto che l’uomo può raggiungere per vedere l’orizzonte nell’ottica più larga possibile. È la giustificazione a Dio, l’ultima risposta alle domande senza risposta. Ma chi nello slancio oltrepassi quella soglia, cosa vede di là da quella? Cosa c’è nel mondo della pazzia?
Cosa c’è oltre quella stanza?
Mari immensi in continuo movimento dove le onde si confondono con scogli aguzzi, luci senza ombre a risaltare volti alla ricerca di se stessi e fari che indicano porti senza più ormeggi. Così il sacro si schiuse davanti a me nel suo significato più profondo. Eravamo diventati sacerdoti di un mistero profondo il cui significato sfugge alla mente, ne sconvolge ogni equilibrio faticosamente conquistato. E quel mistero si realizzò nel silenzio d’un tardo pomeriggio che non accennava a passare. Un silenzioso frastuono interruppe il sinuoso cadenzare dei tuoi movimenti i miei; le gole ansimanti ingoiavano sentimenti dietro i baci. Le mie mani sui tuoi seni. La pelle senza più confini. Gli occhi chiusi a ricercare orizzonti ancora più lontani. E i nostri gesti, unici nella loro ripetevolezza sempre più forti sigillavano ogni scrigno col godimento di umori caldi che scivolavano piano lungo la nostra terra portando il placarsi della forza, l’allentarsi della presa, con gli occhi a perdersi negli occhi. Ma quel frastuono!
Alzai lo sguardo: dall’apice il nulla oltre la porta, il vuoto oltre il silenzio, il caos oltre la purezza e l’orrenda consapevolezza.
Il tempo, lì, s’annulla per unificarsi in un unicum dove il vissuto non ha più segreti, dove attore e spettatore scompaiono perché il sapere è presente senza comunicazione. È il luogo dove il frutto è proibito per il secondo arrivato; finché non c’è la scelta di un cambiamento che sovverte l’ordine stabilito.
Ho visto tempi asintotici, stridere prima di scomparire e l’incompatibilità dell’infinito, fatalmente, risolversi in siti imperscrutabili, paradossalmente limitati dal concetto stesso d’infinito, ed ogni infinito chiudersi in se. Tutto questo noi non potevamo saperlo. E la pressione emotiva ruppe ogni barriera portando le nostre anime sull’orlo del baratro: abbiamo vissuto ciò che non potevamo vivere, amato la morte, morire col respiro vivo ancora in corpo.
I miei occhi e i tuoi spasmodicamente cercarono vie di fuga impossibili nell’affresco appena terminato. Le mani afferrarono lembi di vestiti, quando ormai a nulla sarebbe servito il coprirsi, e il corpo ricercare la perduta purezza sotto false fonti d’aspersione. Ma cosa è stato, perché è stato?
E in quel passato grammaticale, la risposta: non potrà più essere.
Solo il salto nel vuoto poteva farmi capire. All’interno di quella teca, nel centro del labirinto, in quel foro, il vuoto, la mia anima.
 
(La verità è allora posta da uomini che hanno visto oltre i confini del tempo per evitare che tutti, indistintamente, sappiano, per preservare coloro che potrebbero non resistere al sapere supremo. La verità è il diaframma di paura che racchiude il possibile, definendolo vita, per sottrarlo a quel sapere supremo.)
 
Solo la follia del gesto estremo, nel puro suo esistere, può donare dignità ultima al momento e ristabilire l’ordine. Solo la follia può vincere il refuso animale dell’istinto, che tende alla conservazione piuttosto che all’annullamento.
E annullando l’insana paura che toglie fiato e forza, saltai.
 
Nella stasi, la consapevolezza del non poter tornare indietro. L’attesa della vorticosa discesa. La fissità del tempo, l’attimo senza confini. Potevo vedere oltre i limiti posti dal labirinto. Potevo avvertire il silenzio provenire da quell’ultima stanza, così piena dei rintocchi della vita. Potevo vedere il corso delle cose che non può essere cambiato e la coscienza cambiare le cose con una potenza che mai si evidenzia se non nell’angoscia del patologico non vivere alla ricerca dell’equilibrio tra l’ognuno di noi e il tutto che lo circonda.
 
(Mi sembrò infinito quel momento di stallo prima della vorticosa discesa. Era necessario quel momento? Era necessaria la decisione che porta alla fine di qualcosa, di me così, di noi che non dovevamo essere, della fallimentare riuscita di ciò che sono: un’anima che racchiude un corpo?)
 
Non ci è dato di conoscere altre vite se non questa. Così mi dicevi quando ancora balbettavamo parole a coprire desideri che s’accendevano prepotenti nel buio del nostro animo tra l’eccitazione che non fa dormire, che ferma il tempo fermo come questo sole che non accenna a cambiare posizione nel cielo. Come la paura malata del vuoto d’amore che fa scappare via davanti al gusto del divino per rinchiudersi nel lento e noioso cammino del quotidiano.
Cado. E nell’accelerazione, il paradosso: tutto si ferma, la scelta s’impone, le dottrine si smorzano di senso e solo il sacro rimane. Vedo chiaramente l’albero imponente del giardino incantato, il punto di raccordo tra le vite di ognuno di noi. Il luogo dove il tempo non ha senso e i rintocchi non esistono. Avverto chiaramente il sapore del frutto proibito, il frutto carnoso che può essere offerto solo un boccone alla volta: amaro con il retrogusto dolcissimo.
E nella consapevolezza, lo schianto.
Mi ritrovai ad alzarmi stanco e dolorante; l’unico gesto, ordinare le carte per inserirle nella valigetta. Quando rialzai lo sguardo, il piccolo piazzale antistante l’uscita della scuola era deserto e quello strano silenzio era illuminato da un sole in prossimità dell’ora del tramonto con quei toni caldi in contrasto con l’aria fredda dell’inverno. Decisi così di avviarmi verso casa.
Lungo la strada, prima dell’incrocio con la via principale che collega il centro storico del paese con la zona residenziale posta a circa mezz’ora da qui, notai un muro di pietra. Ma passai oltre, stremato. Le parole che mi uscirono con un flebile suono dalla bocca (Cosa aggiungere? Se puoi perdonami. Credo che la poesia possa trasformare le parole e spiegare l’infinito. E noi siamo poesia.) accompagnarono il rumore dei miei passi verso casa. La permanenza nel giardino dell’Eden dura il tempo che deve durare, non un attimo di più.
 
(il tiepido scivolio dell’acqua scandisce i pensieri e scioglie le tensioni. Poi il tempo, tornato al battito conosciuto, chiama la cena pronta. Aspetto che l’ultimo rivolo d’acqua esca dalla vasca.
Ora non ci sei più.
Rimane la consapevolezza di un amore totale
che per nessuno ci sei mai stata
che per me ora non ci sei più
ma che per la mia anima
tatuata dai tuoi occhi e dai tuoi sospiri
tu sei la vita che non mi è dato di conoscere
passata
presente
futura)
 
Scritto da: 400asa alle ore 08:46 | link | commenti (1) | categoria: il frutto proibito
mercoledì, 11 ottobre 2006
Il frutto proibito

dubbio

V capitolo

Ogni tanto alzavo lo sguardo al cielo per vedere passare le nuvole e il tempo. Ma la luce era sempre la stessa: avevo ancora due ore di luce prima di dover tornare a casa per la cena. Poi di colpo te: ti sei piegata davanti a me per dirmi una cosa in confidenza, lasciando trasparire parte dei tuoi seni dalla maglietta.
Scusami, mi hai detto, arrossando un po’.
Avrei voluto prenderti il viso tra le mani per baciarlo, avrei voluto piangere le mie lacrime sulle tue labbra;
avrei voluto strapparti quel leggero velo per prenderti ancora e ancora, con tutta la violenza dell'amore, per farti conoscere la mia pazzia ultima;
avrei voluto chiudere gli occhi per non essere lì;
avrei voluto chiederti di lasciarmi fare;
avrei voluto cacciarti via per non lasciarmi più insultare da te con "scusami" lasciati andare come semplici parole al vento;
avrei voluto scappare via urlando tutta la mia rabbia.
Rimasi lì, attonito, a guardare i tuoi occhi senza capire più nulla di cosa dovessi fare, in attesa di morire tra i ricordi che vividi si alternarono incessanti davanti a me per tutto il tempo di quelle ore ferme.
Guidato dalle tue mani sottili, mi aggiravo nel labirinto con l’idea di giungere davanti all’ultima porta. Ma avvertivo una nota stonata e non riuscivo a capire quale fosse. Non preoccuparti, leggevo, perché il tradimento è vivere nello stesso tempo due storie che sono l’una contrapposta all’altra, l’una che vive se muore l’altra. Ma la nostra storia c’è ora e nell’infinito momento, vive per sempre. Noi siamo l’assoluto in questo momento che non pretende di determinare la vita ma di scoprirne il mistero. Noi siamo la storia che viviamo. Se non stiamo insieme, la storia non c’è. Vedi questa puntualizzazione? Essa deriva dalla necessità culturale che cresce come un parassita in noi e che trae forza dal senso di colpa, da concetti che sono diventati preconcetti. Ma se si scardina anche questo dominio, ciò che si vede è un mare di gente soggiogata, che vive nella nebbia dell’acquisito.
Ma la nebbia prima o poi si dirada e le risposte dall’unica verità non adulterata dalle ideologie, dalle culture, dalle necessità, dagli opportunismi, arrivano chiaramente. E la libertà del libero arbitrio, arriva. Ci si potrà sporgere fuori dal parapetto delle regole senza dover conciliare coscienza, morale, necessità e opportunità e si potrà saltare oltre quel parapetto per scoprire che la fede non è regola e la vita non è un tempo finito nell’indefinito da passare ad espiare pene per colpe antecedenti alla nostra stessa vita. La terra non è un luogo di caduta dove l’anima si condensa in un corpo per giustificare, infine, la psicologia che pretende di ritmare un tempo infinito per normalizzare i pazzi, coloro che sanno e non possono.
Vivere con la frustrazione del desiderio profondo e sconcertante non realizzato di conoscere: questo è vero tradimento del momento diverso che si vive. Il tradimento è rimanere fermi a quell’attimo di occhi, di profumi, di quella domanda infinita: sarò mai perdonato per quello che penso o che faccio?
E le pulsioni, sono esse il male?
Sono forse la colpa di cui non possiamo avere colpa?
E all’improvviso l’ultima porta. Di nuovo, lì, immobile, attendeva d’essere aperta.
E il sole, anch’esso immobile, attende quel passo da sempre deciso.
 
(Torno ad ascoltare l’acqua che si porta via il tuo odore, il desiderio di te tatuato sulla mia anima e quella maledetta paura di aver vissuto soltanto per soddisfare il tuo godimento fino dentro le viscere. Ma la nebbia si dirada: il dubbio sta dietro quella porta nella stanza dove l’unione del tempo crea il baratro al centro del labirinto e la scelta s’impone. Il tepore dell’acqua scioglie le tensioni e porta via tutto. Eppure, ancora adesso, la vita che non ci è dato di ricordare riaffiora portando con se il dolore mai elaborato: il tatuaggio dell’anima.)
 
Scritto da: 400asa alle ore 13:17 | link | commenti (1) | categoria: il frutto proibito
lunedì, 09 ottobre 2006
Il frutto proibito

una quercia

IV capitolo

Non ti vidi per qualche tempo mentre scoprivo storie nuove ad ogni angolo, storie dal sapore di libertà. Tu non c’eri ma ogni cosa emanava la tua fragranza. Imparai a riconoscere il sapore della tua pelle e gli echi del tuo cuore nel caos della mia anima. Dovrò saltarci dentro, prima o poi, pensai. Ma fui subito distratto dalla tua voce e dalla mia che, stranamente, all’unisono stillavano da dietro un muro:
mi hai detto che ti mancano le nostre chiacchierate. A me di quei momenti mi manca ciò che le parole non riescono ad esprimere. Mi mancano le sensazioni provocate dai tuoi sguardi, dal suono della tua voce dai tuoi atteggiamenti sereni, a volte ammiccanti. Mi manca l’aria provocante che si discioglie nel momento eletto e che in sublimità d’immagine, trasfonde in me facendomi ripercorrere questo labirinto di terra e sassi con la serenità di un bimbo.
Questo labirinto lo conosco bene, lo sai; e so dove conduce. Ne conosco l’uscita ma anche l’intreccio che ogni volta mi cattura.
È il labirinto dell’interpretazione delle aspettative al cui centro si trova la perdizione. Al suo ingresso posso vedere il cielo e potrei volare facilmente tra le sue nubi; eppure, l’odore di sesso misto ad incenso che mette in guardia tutti i sensi, perché ognuno di noi sa che è molto pericoloso addentrarsi nel labirinto, mi invita ad entrare con una forza alla quale non posso far fronte. E la curiosità di vedere cosa c’è oltre l’ultima svolta è irresistibile. E ogni volta devo vedere cosa esso mi riserva. Il labirinto è lo stesso ma il tempo che in esso si vive è diverso.
Di questo labirinto conosco le nebbie che coprono gli orizzonti, che camuffano le immagini e stordiscono i suoni. Vorrei evitarla, al nebbia; ma va sempre a finire che mi ci trovo immerso. So perfettamente che non sono gli eventi a causarla, ma quel senso d’inquietudine che sale piano da dentro. E quando arriva lacera l’animo; come il vento umido delle passioni che scompiglia i capelli e non c’è niente da fare. Oggi quel vento sei tu. Sconvolgi i miei pensieri; li ascolti senza rispondere alla domanda che neanche io so definire. Essi nascono la notte quando tutto tace e il mio animo ribelle può esprimere l’odio per la coscienza che non esegue gli ordini, che mai abbandona quei punti di riferimento, che mai mi parla dell’esistenza di quel luogo dove il tempo è immobile e l’uomo deve scegliere. A volte penso che questo labirinto sia la fuga, l’immersione nelle tue lettere, nei miei atteggiamenti malati di parole e suoni, di discorsi e gesti che cercano mani che non possono colmare il vuoto dell’anima. Il labirinto è l’affascinante ignoto. O forse è una linea retta della quale pretendo di vedere la fine. O ancora è il cerchio chiuso della mia pazzia che nasconde il segreto, il mio inesprimibile.
 
(ma non potevo sapere che in ogni labirinto ci fosse una porta che non va mai aperta.
Ogni animo ha in se la purezza del creato ed ogni parte di esso racchiude ricordi che in qualche modo lo modellano facendolo diventare l’animo di quell’uomo; ma in ognuno di noi c’è una stanza che non va mai aperta contemporaneamente a due persone anche se esse vivono in tempi diversi, paralleli.
Fino a quel momento non conoscevo l’esistenza di quella stanza e quando l’aprii vidi al suo interno una teca che custodiva il frutto proibito;
quella stanza è il punto di congiunzione di ogni tempo e se essa viene aperta tutto si ferma in attesa della scelta, la scelta di cui parlava il professore.

Immobile sotto la doccia avverto l’acqua che accompagna con il suo scorrere lento i miei pensieri; ne trattengo uno, quello legato alle tue labbra spinte forte sulle mie a porre fine alle tante parole di timore; volentieri mi feci trasportare da quella calda passione. Volentieri. Perché non sapevo cosa fosse la scelta.)

Scritto da: 400asa alle ore 12:13 | link | commenti | categoria: il frutto proibito
venerdì, 06 ottobre 2006
Il frutto proibito

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III capitolo
Entrai.
Cupezza d’una non vita intrisa di penombra racchiude l’eco di passi che disegna nella mente l’ampiezza di una volta di almeno cento piedi. Luce diffusa che non illumina i contorni scioglie cose e speranze in silenziosi spazi di polvere con banchi di chiesa accatastati da una parte mentre dall’altra sedie di legno portano ancora le fratture di un tempo passato.
Più avanti, un altare spezzato emana ancora odore d’incenso calamitato in attonita immobilità attorno ad un crocifisso sospeso tra quella luce e l’intenso buio della volta.
Tutt’intorno, mura di marmo, fredde e spoglie, delimitano nell’illusoria contrazione, l’infinito.
Passi all’interno che provengono da quella che potrebbe essere la sagrestia. Scappo impaurito e mi imbatto in uno specchio che sdoppia le immagini in un gioco che ora non mi è affatto gradito.
Fuori quella luce immobile. Non è ancora tempo di rimanere lì dentro.
Fu in quel momento che ti incontrai.
 
(La frequenza delle oscillazioni del pendolo dipende dalla lunghezza della corda alla quale il peso è legato. L’aritmia di queste non è contemplata in questo tempo, ma nel non tempo tutto può accadere. Così persi la verginità del corpo, incontrandoti. Ma l’anima? Essa non può essere lavata perché non può essere sporcata; ma può essere colpita. In quel tempo la vita scorre con altri canoni e gli equilibri seguono altre logiche. Così ho scoperto tante verità sul mio pensiero. Ma a quel tempo non avevo ancora capito cosa volesse dire il prof. Joker con quella frase: “per questo facilmente sarete amati, perché sarete capaci di comprendere coloro che incontrerete”. Fino a che non vidi i tuoi occhi)
 
Uscito da quella cattedrale, non sapevo da che parte andare: del resto in un labirinto l’unico scopo è cercare la via d’uscita. Ma senza troppo curarmi delle logiche, decisi di andare nella direzione indicata dalla mia ombra. Mi incamminai, quindi, verso la parte del labirinto che declinava verso destra. Ad ogni angolo il suolo si faceva sempre più impervio perché pieno di sassi e buche. Man mano che scendevo l’umidità aumentava rendendo il terreno oltremodo scivoloso e il cammino sempre più pericoloso; fino a che dietro un angolo si aprii di fronte a me la vista del mare in burrasca.
Sulla spiaggia, due grandi teli bianchi e una donna che scriveva su un piccolo taccuino. Incuriosito, mi avvicinai a lei. Quando udì i miei passi si voltò e fu allora che vidi i suoi occhi. Forse da sempre aspettava il mio accorgermi di lei.
Lasciasti subito ogni cosa e prendendomi sottobraccio mi sussurrasti il tuo cuore.
Ora siedi e riposa. Continuerai la tua ricerca più tardi. Non è necessario chiedere al mare più di quanto tu non riesca a sopportare.
Quelle semplici parole mi convinsero ad accettare l’invito e seduto sul tuo telo, mi facesti leggere la tua anima. Le stesse mie emozioni scritte con la penna dell’inquietudine che smuove l’abisso della mente. La stessa forza carnale, la stessa storia sbattuta violentemente dall’irruenza del mare in tempesta che ci prende e ci obbliga a trattenere l’aria con tutte le forze nell’ultima schiumata, nell’esile prospettiva di vita, e che ci concede di nuovo il respiro per raccontare ancora storie, vere più delle favole che lambiscono l’infinito. Ti guardai negli occhi. Ti baciai e subito fuggii lontano.

Ma il tempo del riposo passò in fretta e la voglia di conoscere più profondamente il mare mi spinse a tornare e prenderti per mano per continuare insieme questo viaggio. Perché con te, non so. So solo che con te mi sentivo eccitato, capito, spinto a conoscere cose e sensazioni nuove.

Scritto da: 400asa alle ore 09:58 | link | commenti (1) | categoria: il frutto proibito
mercoledì, 04 ottobre 2006
Il frutto proibito

porta socchiusaCapitolo II

Lungo la strada, prima dell’incrocio con la via principale che collega il centro storico del paese con la zona residenziale posta a circa mezz’ora da qui, notai un muro di pietra che divideva i campi sistemati a bosco dalla parte di terreno sconnesso, in forte pendenza. Che strano non averlo mai notato prima. Incuriosito, decisi di avvicinarmi per vedere cosa ci fosse dietro quel muro. L’aria fredda del tardo pomeriggio, stemperata, almeno all’occhio, da quella calda luce, invitava a passeggiare. Percorsi il viottolo che lo costeggiava. Man mano che camminavo, mi resi conto che quel muro si faceva sempre più definito, fino ad impedire la vista ai più, non a me che anche se non agevolmente, riuscivo tuttavia a scorgere gran parte del terreno circoscritto. Vedendo il viottolo che scendeva sul limitare del bosco, decisi di proseguire ancora stimando in un paio d’ore il tempo di luce del sole che mi rimaneva. Mi stavo allontanando dalla strada. Decisi, così, di salire su un terrapieno che stava al lato del sentiero che in quel punto era appena accennato. Ma anche da lì riuscivo appena a vederla. Mi resi conto, invece, che quel muro in realtà delimitava l’esterno di un labirinto. Più in basso mi sembrò di vedere una vasca. Mi avvicinai: era una fontana in marmo bianco che abbelliva un ingresso con un portale barocco, che si sviluppava per un’altezza di almeno 4 metri. Mi voltai e vidi il bosco incombente. Tra gli alberi, uno imponente si ergeva più in alto degli altri. La forma della sua chioma scossa dal vento che in quel punto era più sostenuto, disegnava un cono geometrico quasi perfetto, sorretto da un tronco ancorato alle radici che squassavano il terreno in lunghi ed aggrovigliati intrecci. Quella vista mi fece fare istintivamente un passo indietro che mi portò sotto l’arco del portone. Mi voltai verso l’ingresso e salii velocemente i quattro gradini prima di arrivare su di un grande terrazzo. Sulla destra, un giardino curatissimo era stretto tra questo e il muro di cinta e abbellito da qualche albero da frutto. Questo mi fece ritrovare la calma necessaria. Mi avvicinai a quegli esili alberi, assaggiai un frutto: dolcissimo. Rinfrancato, volli arrivare fino al parapetto. Da lì vidi più chiaramente la parte del labirinto che dava verso la valle. E vidi inserita nei suoi meandri situati sulla destra della balconata la facciata di una cattedrale il cui dispositivo architettonico risaliva certamente al tardo medioevo. Incuriosito, volli trovare l’ingresso: guardai il cielo. C’erano ancora due ore abbondanti di luce prima di dovermi preoccupare di far ritorno a casa. Mentre pensavo questo, mi voltai verso la strada del paese ma non riuscii a scorgerla. Affascinato dalla vista di quella cattedrale, non mi curai più del fatto che avevo perso il riferimento della strada verso casa. Ma mi concentrai nella ricerca di quella cattedrale e del suo fantastico portale.

 (per capire il significato di quella scelta, dovevo proprio giungere fino a quell’ultima stanza? dovevo proprio varcarne la soglia? Forse era necessario vivere l’esasperazione del sogno per arrivare al centro del labirinto dove il tempo si annulla e vedere il punto dove convergono le prospettive dell’essere: il frutto proibito. Poi, dal ricordo, mi riporta al presente il tepore dell’acqua che trascina con se le ultime tracce del tuo odore. Osservo la schiuma, bianca, che scivola piano sulla mia pelle ridonandole la perduta verginità. Ma il ricordo ritorna, altalenante nel tempo, a quella ricerca. La trovai quella cattedrale, col suo portale socchiuso)
Scritto da: 400asa alle ore 14:59 | link | commenti | categoria: il frutto proibito
lunedì, 02 ottobre 2006
Il frutto proibito

labirinto001

I capitolo
Qualche volta mi chiedo il perché spesso si rimanga estasiati davanti allo spettacolo che la natura offre ai nostri occhi. Perché ci si sofferma a contemplare, ad esempio, un albero cresciuto senza aiuto di uomo, solo con le proprie forze. Ai più accorti, a quelli più sensibili di voi potrebbe capitare di avvertire la potenza emanata da quell’immagine viva capace di trarre vita da ogni fonte, dalla terra, dall’acqua, dal sole, dalla morte stessa delle proprie foglie. E rimanerne folgorati. Forse la risposta potrebbe trovarsi nell’immaginario: in alcuni di voi essa potrebbe rappresentare il simbolo della libera scelta, dell’esserci a prescindere, del bello assoluto. Ma chi dovesse mangiare i frutti di questo albero avvertirebbe un sapore selvatico, esattamente come l’albero che li ha generati ha provocato sulla vostra anima.
Potrebbe capitare di osservare, certamente in un altro ambito, un albero da frutto il cui aspetto nulla ha a che vedere con quello dell’albero appena descritto, imponente, libero di crescere con le sole forze che riesce a prendere. Questo, anzi è tanto esile che quasi ha perso le fattezze dell’albero. Eppure i frutti che riesce a produrre sono grandi, rigogliosi e pieni di vita, pronti come sono per essere mangiati. Questi frutti non rappresentano certo le fattezze dell’albero che le ha generate.
A fronte della pochezza dell’immagine offerta dall’albero, c’è sicuramente la sorpresa del gusto offerto dai suoi frutti succosi e pieni di vita, creati dalla sapiente pazienza dell’Uomo. Povero albero!  Ma quanti sarebbero in grado di riconoscere che senza quel misero albero i frutti non ci sarebbero stati?
Uscendo dalla parafrasi, cosa determini la scelta in noi di essere nella nostra vita come il primo albero o come il secondo credo sia la nostra coscienza. O cosa determini il dire che sia meglio essere come il primo albero o come il secondo, qui credo entri in gioco la morale che ognuno di noi porta dentro. Ma altra cosa ancora è rendersi conto delle dinamiche che intervengono in ogni situazione.
Fatto è che vorrei chiudere l’ultima lezione di questo corso con questa frase che spero porti frutti buoni su un albero capace di generare emozioni forti: sappiate riconoscere in voi la scelta perché questa e solo questa determina il cammino al quale siete chiamati. Per questo facilmente sarete amati, perché sarete capaci di comprendere coloro che incontrerete.
 
(Che personaggio inquietante quel professor Joker. Aveva l’abitudine di guardarmi fisso negli occhi quando la spiegazione prendeva una piega provocatoria. Forse per minare le mie sicurezze. Diceva che per apprendere occorreva lasciar fluire dentro li profondo di noi la spiegazione ma soprattutto l’emozione che essa contiene. Mi ricordo che quelle parole mi provocarono un senso di profondo smarrimento. Qual’era la scelta da fare e perché era così determinante?
Non sempre l’attenzione di un uomo può essere tesa al presente; qualche volta si sogna ad occhi aperti, camminando per le vie con i negozi. Ma al di là dei sogni, quel turbamento contribuì a spezzare il tempo dentro di me. Percepii un lento abbassarsi dei battiti del cuore e i rintocchi del campanile farsi sempre più lontani fino a divenire indistinti nel vento solitario e silenzioso che si alzava proprio in quel momento.
È così strano ripercorrere col pensiero un tempo non passato, qui, ora nel tepore dell’acqua che scivola piano su di me. Faccio fatica a capire cosa effettivamente sia accaduto. Fu come entrare in un labirinto, guidato solo dalla curiosità di sapere e conoscere cosa si nascondesse dietro ogni angolo. E in quel labirinto, in quel tempo parallelo, incontrare te.)
 
Dopo un attimo di silenzio il lungo applauso accompagna l’accomiatarsi del professore e sottolinea in modo spontaneo il ringraziamento per le ore passate in un gradevole smarrimento morale. Ma dentro di me si fece largo l’eco di quelle parole con le quali il professor Joker ha chiuso la lezione: ”per questo facilmente sarete amati, perché sarete capaci di comprendere coloro che incontrerete”. E mentre i miei colleghi mi sfilavano vicino salutandomi col tipico vociare festoso dell’ultimo giorno di seminario, rimasi fermo al mio posto preso com’ero da quella frase. Lasciai che il silenzio scendesse in me. L’unico gesto, ordinare le carte per inserirle nella valigetta. Quando rialzai lo sguardo l’aula era vuota. Presi le mie cose e mi avviai verso l’uscita. Il piccolo piazzale antistante la scuola era deserto e quello strano silenzio era illuminato dal sole prossimo al tramonto con quella luce dai toni caldi in contrasto con l’aria fredda dell’inverno. Non feci caso a quella stranezza e mi avviai verso casa.
Scritto da: 400asa alle ore 12:27 | link | commenti (2) | categoria: il frutto proibito